di Emanuela Carboncini

 

Per me, andare in URSS non era una grande novità, anzi era il mio lavoro visto che dal 1972 avevo iniziato la carriera di accompagnatrice turistica. Viaggiare era sempre stato il mio sogno e la conoscenza della lingua russa mi aveva permesso di attuare il mio ideale di vita: avere sempre una valigia pronta.

Quell'anno, era il 1977, l’Italturist era stata incaricata di organizzare, per conto del Comune di Torino e in collaborazione con l'Associazione Italia-URSS, una trasferta in grande stile: un intero charter avrebbe portato nella città gemellata di Volgogrado, così era stata rinominata Stalingrado, un carico di riso, vini piemontesi, cioccolata ed altre prelibatezze per le serate gastronomiche affidate alle mani di due famosi cuochi torinesi dell’epoca: Zanetti e Bagatin, proprietari di due ristoranti - purtroppo ora chiusi - tra i più rinomati di Torino. Oltre alle pubblicazioni che illustravano le bellezze della nostra città, erano stati caricati anche gli strumenti dell’orchestra di Santino Rocchetti, scelto per allietare le serate musicali previste dal programma. Inoltre, una squadra di giovani calciatori piemontesi era stata invitata per un incontro amichevole con una squadra giovanile locale, accompagnata da Irene Belloni, all'epoca giovane studentessa di russo e poi per alcuni anni dirigente della Russkij Mir. Irene purtroppo è mancata tre anni fa.

Sull’altro aereo vi erano invece, oltre ad un gruppo di turisti, le delegazioni del Comune, rappresentato da Carlo Foppa, all’epoca Assessore al Lavoro, e da una nutrita compagine di giornalisti che annoverava un giovane Ezio Mauro, cronista per la Gazzetta del Popolo, storico giornale torinese da tempo chiuso, Nello Pacifico per l’Unità e Carlo Sartori per Stampa Sera, altra testata ormai dimenticata (vedi foto).

Il programma prevedeva una settimana di viaggio dal 16 al 23 ottobre 1977 ed era suddiviso tra Mosca e Volgogrado. A Mosca effettuammo le escursioni classiche per quei tempi: visita della città, Cremlino, Mostra delle Realizzazioni dell’Economia dell’URSS (VDNKh). Vista la particolarità del gruppo, Intourist, all’epoca l’unica agenzia di viaggio di tutto il paese, aveva incluso anche il Museo Lenin, che, tra i tanti sparsi sul territorio nazionale, era l’unico a potersi fregiare di avere in esposizione solo oggetti "originali". In tutte le altre città vi erano gli stessi articoli, ma si trattava di copie. Era incluso anche il famoso Mausoleo di Lenin. Per accedervi, migliaia di sovietici restavano in coda per lunghe ore in qualsiasi periodo dell’anno. Noi stranieri eravamo più fortunati: le code erano ben più brevi, dato che in URSS eravamo molto rispettati, agevolati nonché temuti. Vi era una grande considerazione per l’impatto economico che il turismo produceva, e veniva fatto tutto il possibile per impressionare positivamente gli ospiti stranieri che, effettivamente, apprezzavano molto le comodità di un trattamento diverso da quello riservato ai locali. Come dimenticare ad esempio le partenze in aereo per destinazioni interne all’Unione Sovietica? Per gli stranieri che viaggiassero sia individualmente che in gruppi erano state predisposte sale d’attesa dove si effettuava anche il check-in, aree separate e molto diverse dai grandi saloni straripanti di persone in attesa di partire, attese che a volte duravano anche giorni!

Nella tarda serata di Mercoledì 19 ottobre partiamo in aereo alla volta di Volgogrado dove giungiamo nella notte. L’hotel è vecchio ed anche un po’ malandato, ma si sa che nelle città poco frequentate dal turismo straniero non vengono spese molte risorse per le strutture turistiche. In compenso ci rendiamo subito conto di avere tutti sbagliato il nostro abbigliamento. Se già a Mosca, tutto il gruppo si era scontrato con il calore insopportabile di un riscaldamento portato a livelli di altoforno, qui a Volgogrado incredibilmente il caldo era ancora più esagerato. Non solo in hotel, ma anche in ogni locale nel quale saremo stati ospitati nelle ore seguenti, il calore era reso forse ancora più evidente dall’aria fredda che flagellava tutta la città senza sosta.

Giovedì mattina, alle 9.30, la nostra delegazione è già attesa presso il Gorispolkom locale, struttura simile al nostro Comune, dove, con il consueto pomposo cerimoniale di discorsi inneggianti all’amicizia ed alla comprensione tra i popoli, si scambiano firme e documenti che ribadiscono il gemellaggio tra le due città: Torino e Volgogrado.

Subito dopo, per ricordare il dramma vissuto dalla città durante la seconda guerra mondiale, ci accompagnano al Planetarium dove viene proiettato il film "La grande Battaglia" che ci mostra alcuni momenti veramente impressionanti di che cosa sia avvenuto durante la famosa Battaglia di Stalingrado. Ne usciamo tutti piuttosto scossi, e la zuppa fumante che ci aspetta al ristorante non riesce totalmente a toglierci il peso sul cuore che il film ci ha lasciato.

Nel pomeriggio le guide locali cercano in tutti i modi di illustrarci le "bellezze" di una città completamente ricostruita. Restiamo tutti colpiti da un particolare meteorologico: nonostante la città si affacci sul grande fiume Volga, che in quel punto è largo ben due chilometri, la presenza di un vento freddo costante rende l’aria terribilmente elettrica ed ogni volta che ci si sfiora si viene punti da una dolorosa scarica, non forte, ma molto fastidiosa. Per non parlare dei capelli: non appena ci si toglie il berretto necessario per ripararsi dal freddo, si resta per alcuni istanti con una strana cresta. Terminiamo questo primo giorno con la serata dell’amicizia tra i due popoli allietata da canti e balli.

Il giorno seguente le Autorità locali proseguono a farci incontrare i responsabili dei centri culturali della città e pertanto veniamo portati a visitare alcuni complessi industriali. Abbiamo, inoltre, incontri presso l’Istituto di Scienze politiche dell’Università ed andiamo alla "Casa dell’Architetto" dove ci illustrano le linee guida dello sviluppo urbanistico della città.

Il giorno dopo veniamo portati fuori città per ammirare la diga della centrale idroelettrica "XXII congresso del PCUS": un capolavoro di ingegneria idraulica che permette di produrre milioni di Kw, necessari per lo sviluppo industriale del paese. D'altronde Lenin, durante la Rivoluzione, aveva lanciato uno dei suoi slogan che recitava: "Comunismo è l’elettrificazione di tutto il paese" e, fedeli alla consegna, i compagni di Volgogrado ci illustrano orgogliosi le caratteristiche tecniche di questa enorme struttura.

Indubbiamente, la visita che lascia in tutti noi il segno più forte è quella prevista nel pomeriggio alla famosa collina di Mamaev Kurgan: che impressione quella distesa desolata sulla quale si erge maestosa l’enorme statua dedicata alla Madre Patria! Sarà il vento freddo, sarà che mentre eravamo lì inizia a nevicare, ma non ci si può sottrarre al pensiero delle sofferenze patite dalle truppe appostate nel corso di quelle lunghe settimane di guerra!

I ricordi diventano ancora più pungenti quando, dopo la visita, si svolge un incontro con i veterani: ex combattenti che quei giorni di guerra li hanno vissuti e li sentono come ferite ancora aperte nel loro cuore. E’ un incontro duro ed insieme commovente che mi fa capire come, nonostante siano passati già 30 anni dalla fine della guerra, per loro la battaglia è ancora lì, dietro l’angolo, ma il loro orgoglio di soldati sovietici è sempre pronto per difendere la Patria.

La cena di arrivederci che conclude questa lunga giornata piena di sensazioni ed emozioni conclude in maniera grandiosa questo breve, ma intenso, soggiorno a Volgogrado.

Ma la domenica, giorno del previsto rientro in Italia, ci riserva purtroppo ancora tante sorprese.

Come avevo detto all’inizio, per il viaggio di andata erano stati previsti due voli charter: uno per le merci ed uno per i passeggeri. Invece, per il volo di rientro, i nostri ospiti sovietici hanno pensato che un solo aereo sarebbe stato sufficiente visto che, a parte gli strumenti musicali di Santino Rocchetti, tutto il resto era rimasto a Volgogrado. Peccato che fosse stato predisposto per il rientro un volo a bordo dei piccoli Tupolev 134 dotati di una stiva che non era in grado di accogliere altro se non le nostre valigie e pertanto gli strumenti avrebbero dovuto essere inviati con altro volo e sarebbero giunti a Torino sicuramente dopo di noi. Grande fu lo sconcerto quando venimmo a sapere di questo disguido, anche perché l’Assessore Foppa era molto preoccupato che Rocchetti addebitasse al Comune il costo di serate saltate a causa della mancanza degli strumenti. Si decide pertanto di partire da Volgogrado, ma solo perché i sovietici ci avevano assicurato che durante lo scalo tecnico a Kiev sarebbero giunti anche gli strumenti, poi all’aeroporto di Kiev, i "compagni" locali ci avrebbero dato un aereo in grado di trasportarci tutti insieme felicemente a Torino. Giunti a Kiev ci scontriamo chiaramente con la dura realtà che colpiva sempre quando si usciva dagli schemi dei programmi prefissati. Infatti in aeroporto nessuno era a conoscenza della nostra richiesta di un volo unico per passeggeri e strumenti musicali, quindi Foppa decide che non si parte fino a che non riusciamo a parlare con qualche responsabile per sapere quale sarà il destino degli strumenti. La sosta a Kiev si protrae per ben 7 ore durante le quali non ci viene offerto neppure un bicchiere d’acqua. Verso la quinta ora di sosta forzata di 143 persone anche le toilettes si erano otturate e pertanto diventava difficile anche solo entrarci. Alla fine, stremati dalla forza della burocrazia sovietica che non ammette deragliamenti sul binario dei programmi fissati, Foppa e gli altri 141 indomiti decidono di partire e di lasciarmi a salvaguardia degli strumenti. Foppa, come Napoleone a Waterloo, ordina la ritirata e mi molla in mano 1000 dollari per eventuali spese e mentre mi abbraccia mi dice "torna, ma mi raccomando con tutti gli strumenti di Rocchetti !".

Per me cominciarono i problemi. In quegli anni non esistevano i telefoni cellulari tanto utili anche nel mondo del turismo e le comunicazioni telefoniche erano decisamente difficili ed era obbligatorio passare attraverso un operatore. 30 anni fa Aeroflot offriva solo 3 voli la settimana: un diretto su Mosca la domenica e il giovedì, ed uno su Mosca, con scalo a Kiev, il martedì. Peccato che verso Milano i voli fossero tutti diretti, pertanto ero veramente curiosa di sapere come avrei potuto rientrare in Italia visto che il volo Mosca – Milano di martedì mi sarebbe letteralmente volato sulla testa.

Evito i particolari sulla difficoltà di trovare una camera dove passare la notte (si era fatta quasi mezzanotte), sulla difficoltà di trovare un telefono per avvisare il mio direttore Carlo Bortott per dirgli che ero ancora a Kiev con gli strumenti di Rocchetti. L’Aeroflot di Kiev mi continua a ripetere che stanno studiando il caso e di non preoccuparmi. Ed è proprio questo il problema, perché era noto che, quando un sovietico qualunque (direttore d’albergo, cameriere, impegato etc etc) ti diceva "niet problem", era da li che dovevi iniziare a preoccuparti! In questo caso sono stata clamorosamente smentita perché martedì mattina, in una di quelle mattine di nebbia così fitta che neppure in Val Padana avevo mai visto un muro bianco così, non appena la nebbia si dirada un po’, sento un rombo inconfondibile: il Tupolev 154 Mosca-Milano era stato dirottato apposta per me e i dannati strumenti musicali!! Urrah si torna a casa!! Uno dei rari, anzi forse unico caso di aereostop, un dirottamento da terra!

Ma i sovietici erano grandi in queste mirabili operazioni. Ai passeggeri a bordo non era stato spiegato il motivo della ritardata partenza da Mosca quella mattina. Alle loro richieste del perché non si partiva, pare rispondessero "C’è nebbia", senza specificare che la nebbia era a Kiev e non a Mosca dove tutti potevano vedere un bel sole. Grande lo stupore di un gruppo di turisti veneti che si aggiravano, nella zona transiti, smadonnando nel loro idioma visto che la sera prima erano stati trasferiti da Kiev a Mosca per poter salire sul volo "diretto" Mosca – Milano e quella mattina si erano ritrovati nello stesso aeroporto che avevano lasciato circa 12 ore prima. Quando i passeggeri hanno saputo il perché di questa imprevista sosta erano tutti rassicurati e contenti di aver anche loro in parte contribuito al felice epilogo di un gemellaggio storico: quello tra la città di Torino e Stalingrado!

I sovietici li abbiamo amati anche per questo: per la loro indubbia capacità di mantenere la linea con una burocrazia rigida e dura che però, in qualche strano modo, riusciva comunque a farti risolvere i problemi.

 

*Emanuela Carboncini, inizia a studiare il russo nel 1967 all'Italia-URSS con Lucetta Negarville Minucci; dal 1972 ad oggi accompagna gruppi nei paesi dell'Est.

Emanuela è al centro della foto. Si riconoscono Ezio Mauro (all'epoca giovane cronista per la Gazzetta del Popolo) terzo da sinistra, Nello Pacifico (giornalista de L'Unità) al centro, col colbacco, e Carlo Sartori, (all'epoca, giornalista di Stampa Sera) primo a sinistra.

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