di Emanuela Carboncini

 

Per me, andare in URSS non era una grande novità, anzi era il mio lavoro visto che dal 1972 avevo iniziato la carriera di accompagnatrice turistica. Viaggiare era sempre stato il mio sogno e la conoscenza della lingua russa mi aveva permesso di attuare il mio ideale di vita: avere sempre una valigia pronta.

Quell'anno, era il 1977, l’Italturist era stata incaricata di organizzare, per conto del Comune di Torino e in collaborazione con l'Associazione Italia-URSS, una trasferta in grande stile: un intero charter avrebbe portato nella città gemellata di Volgogrado, così era stata rinominata Stalingrado, un carico di riso, vini piemontesi, cioccolata ed altre prelibatezze per le serate gastronomiche affidate alle mani di due famosi cuochi torinesi dell’epoca: Zanetti e Bagatin, proprietari di due ristoranti - purtroppo ora chiusi - tra i più rinomati di Torino. Oltre alle pubblicazioni che illustravano le bellezze della nostra città, erano stati caricati anche gli strumenti dell’orchestra di Santino Rocchetti, scelto per allietare le serate musicali previste dal programma. Inoltre, una squadra di giovani calciatori piemontesi era stata invitata per un incontro amichevole con una squadra giovanile locale, accompagnata da Irene Belloni, all'epoca giovane studentessa di russo e poi per alcuni anni dirigente della Russkij Mir. Irene purtroppo è mancata tre anni fa.

Sull’altro aereo vi erano invece, oltre ad un gruppo di turisti, le delegazioni del Comune, rappresentato da Carlo Foppa, all’epoca Assessore al Lavoro, e da una nutrita compagine di giornalisti che annoverava un giovane Ezio Mauro, cronista per la Gazzetta del Popolo, storico giornale torinese da tempo chiuso, Nello Pacifico per l’Unità e Carlo Sartori per Stampa Sera, altra testata ormai dimenticata (vedi foto).

Il programma prevedeva una settimana di viaggio dal 16 al 23 ottobre 1977 ed era suddiviso tra Mosca e Volgogrado. A Mosca effettuammo le escursioni classiche per quei tempi: visita della città, Cremlino, Mostra delle Realizzazioni dell’Economia dell’URSS (VDNKh). Vista la particolarità del gruppo, Intourist, all’epoca l’unica agenzia di viaggio di tutto il paese, aveva incluso anche il Museo Lenin, che, tra i tanti sparsi sul territorio nazionale, era l’unico a potersi fregiare di avere in esposizione solo oggetti "originali". In tutte le altre città vi erano gli stessi articoli, ma si trattava di copie. Era incluso anche il famoso Mausoleo di Lenin. Per accedervi, migliaia di sovietici restavano in coda per lunghe ore in qualsiasi periodo dell’anno. Noi stranieri eravamo più fortunati: le code erano ben più brevi, dato che in URSS eravamo molto rispettati, agevolati nonché temuti. Vi era una grande considerazione per l’impatto economico che il turismo produceva, e veniva fatto tutto il possibile per impressionare positivamente gli ospiti stranieri che, effettivamente, apprezzavano molto le comodità di un trattamento diverso da quello riservato ai locali. Come dimenticare ad esempio le partenze in aereo per destinazioni interne all’Unione Sovietica? Per gli stranieri che viaggiassero sia individualmente che in gruppi erano state predisposte sale d’attesa dove si effettuava anche il check-in, aree separate e molto diverse dai grandi saloni straripanti di persone in attesa di partire, attese che a volte duravano anche giorni!

Nella tarda serata di Mercoledì 19 ottobre partiamo in aereo alla volta di Volgogrado dove giungiamo nella notte. L’hotel è vecchio ed anche un po’ malandato, ma si sa che nelle città poco frequentate dal turismo straniero non vengono spese molte risorse per le strutture turistiche. In compenso ci rendiamo subito conto di avere tutti sbagliato il nostro abbigliamento. Se già a Mosca, tutto il gruppo si era scontrato con il calore insopportabile di un riscaldamento portato a livelli di altoforno, qui a Volgogrado incredibilmente il caldo era ancora più esagerato. Non solo in hotel, ma anche in ogni locale nel quale saremo stati ospitati nelle ore seguenti, il calore era reso forse ancora più evidente dall’aria fredda che flagellava tutta la città senza sosta.

Giovedì mattina, alle 9.30, la nostra delegazione è già attesa presso il Gorispolkom locale, struttura simile al nostro Comune, dove, con il consueto pomposo cerimoniale di discorsi inneggianti all’amicizia ed alla comprensione tra i popoli, si scambiano firme e documenti che ribadiscono il gemellaggio tra le due città: Torino e Volgogrado.

Subito dopo, per ricordare il dramma vissuto dalla città durante la seconda guerra mondiale, ci accompagnano al Planetarium dove viene proiettato il film "La grande Battaglia" che ci mostra alcuni momenti veramente impressionanti di che cosa sia avvenuto durante la famosa Battaglia di Stalingrado. Ne usciamo tutti piuttosto scossi, e la zuppa fumante che ci aspetta al ristorante non riesce totalmente a toglierci il peso sul cuore che il film ci ha lasciato.

Nel pomeriggio le guide locali cercano in tutti i modi di illustrarci le "bellezze" di una città completamente ricostruita. Restiamo tutti colpiti da un particolare meteorologico: nonostante la città si affacci sul grande fiume Volga, che in quel punto è largo ben due chilometri, la presenza di un vento freddo costante rende l’aria terribilmente elettrica ed ogni volta che ci si sfiora si viene punti da una dolorosa scarica, non forte, ma molto fastidiosa. Per non parlare dei capelli: non appena ci si toglie il berretto necessario per ripararsi dal freddo, si resta per alcuni istanti con una strana cresta. Terminiamo questo primo giorno con la serata dell’amicizia tra i due popoli allietata da canti e balli.

Il giorno seguente le Autorità locali proseguono a farci incontrare i responsabili dei centri culturali della città e pertanto veniamo portati a visitare alcuni complessi industriali. Abbiamo, inoltre, incontri presso l’Istituto di Scienze politiche dell’Università ed andiamo alla "Casa dell’Architetto" dove ci illustrano le linee guida dello sviluppo urbanistico della città.

Il giorno dopo veniamo portati fuori città per ammirare la diga della centrale idroelettrica "XXII congresso del PCUS": un capolavoro di ingegneria idraulica che permette di produrre milioni di Kw, necessari per lo sviluppo industriale del paese. D'altronde Lenin, durante la Rivoluzione, aveva lanciato uno dei suoi slogan che recitava: "Comunismo è l’elettrificazione di tutto il paese" e, fedeli alla consegna, i compagni di Volgogrado ci illustrano orgogliosi le caratteristiche tecniche di questa enorme struttura.

Indubbiamente, la visita che lascia in tutti noi il segno più forte è quella prevista nel pomeriggio alla famosa collina di Mamaev Kurgan: che impressione quella distesa desolata sulla quale si erge maestosa l’enorme statua dedicata alla Madre Patria! Sarà il vento freddo, sarà che mentre eravamo lì inizia a nevicare, ma non ci si può sottrarre al pensiero delle sofferenze patite dalle truppe appostate nel corso di quelle lunghe settimane di guerra!

I ricordi diventano ancora più pungenti quando, dopo la visita, si svolge un incontro con i veterani: ex combattenti che quei giorni di guerra li hanno vissuti e li sentono come ferite ancora aperte nel loro cuore. E’ un incontro duro ed insieme commovente che mi fa capire come, nonostante siano passati già 30 anni dalla fine della guerra, per loro la battaglia è ancora lì, dietro l’angolo, ma il loro orgoglio di soldati sovietici è sempre pronto per difendere la Patria.

La cena di arrivederci che conclude questa lunga giornata piena di sensazioni ed emozioni conclude in maniera grandiosa questo breve, ma intenso, soggiorno a Volgogrado.

Ma la domenica, giorno del previsto rientro in Italia, ci riserva purtroppo ancora tante sorprese.

Come avevo detto all’inizio, per il viaggio di andata erano stati previsti due voli charter: uno per le merci ed uno per i passeggeri. Invece, per il volo di rientro, i nostri ospiti sovietici hanno pensato che un solo aereo sarebbe stato sufficiente visto che, a parte gli strumenti musicali di Santino Rocchetti, tutto il resto era rimasto a Volgogrado. Peccato che fosse stato predisposto per il rientro un volo a bordo dei piccoli Tupolev 134 dotati di una stiva che non era in grado di accogliere altro se non le nostre valigie e pertanto gli strumenti avrebbero dovuto essere inviati con altro volo e sarebbero giunti a Torino sicuramente dopo di noi. Grande fu lo sconcerto quando venimmo a sapere di questo disguido, anche perché l’Assessore Foppa era molto preoccupato che Rocchetti addebitasse al Comune il costo di serate saltate a causa della mancanza degli strumenti. Si decide pertanto di partire da Volgogrado, ma solo perché i sovietici ci avevano assicurato che durante lo scalo tecnico a Kiev sarebbero giunti anche gli strumenti, poi all’aeroporto di Kiev, i "compagni" locali ci avrebbero dato un aereo in grado di trasportarci tutti insieme felicemente a Torino. Giunti a Kiev ci scontriamo chiaramente con la dura realtà che colpiva sempre quando si usciva dagli schemi dei programmi prefissati. Infatti in aeroporto nessuno era a conoscenza della nostra richiesta di un volo unico per passeggeri e strumenti musicali, quindi Foppa decide che non si parte fino a che non riusciamo a parlare con qualche responsabile per sapere quale sarà il destino degli strumenti. La sosta a Kiev si protrae per ben 7 ore durante le quali non ci viene offerto neppure un bicchiere d’acqua. Verso la quinta ora di sosta forzata di 143 persone anche le toilettes si erano otturate e pertanto diventava difficile anche solo entrarci. Alla fine, stremati dalla forza della burocrazia sovietica che non ammette deragliamenti sul binario dei programmi fissati, Foppa e gli altri 141 indomiti decidono di partire e di lasciarmi a salvaguardia degli strumenti. Foppa, come Napoleone a Waterloo, ordina la ritirata e mi molla in mano 1000 dollari per eventuali spese e mentre mi abbraccia mi dice "torna, ma mi raccomando con tutti gli strumenti di Rocchetti !".

Per me cominciarono i problemi. In quegli anni non esistevano i telefoni cellulari tanto utili anche nel mondo del turismo e le comunicazioni telefoniche erano decisamente difficili ed era obbligatorio passare attraverso un operatore. 30 anni fa Aeroflot offriva solo 3 voli la settimana: un diretto su Mosca la domenica e il giovedì, ed uno su Mosca, con scalo a Kiev, il martedì. Peccato che verso Milano i voli fossero tutti diretti, pertanto ero veramente curiosa di sapere come avrei potuto rientrare in Italia visto che il volo Mosca – Milano di martedì mi sarebbe letteralmente volato sulla testa.

Evito i particolari sulla difficoltà di trovare una camera dove passare la notte (si era fatta quasi mezzanotte), sulla difficoltà di trovare un telefono per avvisare il mio direttore Carlo Bortott per dirgli che ero ancora a Kiev con gli strumenti di Rocchetti. L’Aeroflot di Kiev mi continua a ripetere che stanno studiando il caso e di non preoccuparmi. Ed è proprio questo il problema, perché era noto che, quando un sovietico qualunque (direttore d’albergo, cameriere, impegato etc etc) ti diceva "niet problem", era da li che dovevi iniziare a preoccuparti! In questo caso sono stata clamorosamente smentita perché martedì mattina, in una di quelle mattine di nebbia così fitta che neppure in Val Padana avevo mai visto un muro bianco così, non appena la nebbia si dirada un po’, sento un rombo inconfondibile: il Tupolev 154 Mosca-Milano era stato dirottato apposta per me e i dannati strumenti musicali!! Urrah si torna a casa!! Uno dei rari, anzi forse unico caso di aereostop, un dirottamento da terra!

Ma i sovietici erano grandi in queste mirabili operazioni. Ai passeggeri a bordo non era stato spiegato il motivo della ritardata partenza da Mosca quella mattina. Alle loro richieste del perché non si partiva, pare rispondessero "C’è nebbia", senza specificare che la nebbia era a Kiev e non a Mosca dove tutti potevano vedere un bel sole. Grande lo stupore di un gruppo di turisti veneti che si aggiravano, nella zona transiti, smadonnando nel loro idioma visto che la sera prima erano stati trasferiti da Kiev a Mosca per poter salire sul volo "diretto" Mosca – Milano e quella mattina si erano ritrovati nello stesso aeroporto che avevano lasciato circa 12 ore prima. Quando i passeggeri hanno saputo il perché di questa imprevista sosta erano tutti rassicurati e contenti di aver anche loro in parte contribuito al felice epilogo di un gemellaggio storico: quello tra la città di Torino e Stalingrado!

I sovietici li abbiamo amati anche per questo: per la loro indubbia capacità di mantenere la linea con una burocrazia rigida e dura che però, in qualche strano modo, riusciva comunque a farti risolvere i problemi.

 

*Emanuela Carboncini, inizia a studiare il russo nel 1967 all'Italia-URSS con Lucetta Negarville Minucci; dal 1972 ad oggi accompagna gruppi nei paesi dell'Est.

Emanuela è al centro della foto. Si riconoscono Ezio Mauro (all'epoca giovane cronista per la Gazzetta del Popolo) terzo da sinistra, Nello Pacifico (giornalista de L'Unità) al centro, col colbacco, e Carlo Sartori, (all'epoca, giornalista di Stampa Sera) primo a sinistra.

Sulle orme di Puškin, Dostoevskij, Blok, Achmatova
(e ricordando il 1917…)

4-11 MAGGIO 2008

Un viaggio dell'Associazione culturale RUSSKIJ MIR
Organizzazione tecnica Vertex Enterprise

 

Resoconto dell'accompagnatrice Teresa Tordo

 

Domenica 4 maggio

Ritrovo in via Cernaia e partenza per Malpensa.

Decollo con volo Alitalia per San Pietroburgo. Arrivo ore 12,35 ora locale.

Incontro con la guida parlante italiano, Tat'jana.

Arrivo all’Hotel Oktjabrskaja, sistemazione nelle camere.

Nel pomeriggio visita della Casa-Museo di Anna Achmatova con Tat'jana e la guida del museo. Sosta anche nella Stanza-Museo di Josif Brodskij.

Al termine, passeggiata libera lungo la Fontanka. Giro sui canali in battello e ritorno in albergo.

Cena servita ai tavoli, con menu fisso.

Dopo cena, lezione amena di alfabeto cirillico e lessico elementare.

Lunedì 5 maggio

Con la guida, giro orientativo in città, con soste alle Colonne Rostrate e in Piazza S.Isacco.

Vista della Casa-Museo di Aleksandr Blok, con guida in russo e traduzione in italiano della nostra guida.

Pranzo al Nikolaevskij Palace: grande sala riservata, 2 tavoli rotondi elegantissimi, menu’ raffinato, musiche di Čajkovskij in sottofondo suonate dal vivo su piano a coda.

Sosta nelle vicinanze per acquisto souvenir.

Nel pomeriggio, giro dell’Isola Vasil'evskij (con sosta all’incrociatore Aurora), della Kamennyj e passeggiata sulla Elagin fino alla punta panoramica sul Golfo di Finlandia, con minacce di pioggia e un vento gelido.

Dopo cena, riunione del gruppo per conversazione sull’ortodossia.

Martedì 6 maggio

Con un leggero nevischio, visita del Cimitero Tichvin: tombe di Dostoevskij, Glinka, Rimskij-Korsakov, Musorgskij, Čajkovskij, Petipa, Krylov, Mendeleev, Čerkasov ecc.

Visita della Cattedrale con liturgia in corso. Breve sosta al sarcofago di Aleksandr Nevskij.

A sorpresa, aggiungiamo la visita del negozio delle Manifatture Imperiali di porcellana (le signore impazziscono di gioia!).

Incontro con fratel Stefano alla Chiesa cattolica del Sacro Cuore: breve storia delle persecuzioni religiose post-rivoluzionarie ed ampio excursus sulle attuali difficoltà economiche e sociali della popolazione.

Pranzo al Sankt-Petersburg, con esibizione folcloristica e pollo alla Kiev.

Nel pomeriggio, giro per Piazza del Fieno (Sennaja) e il quartiere di Delitto e Castigo (ormai irriconoscibile) e visita alla Casa-Museo di Fedor Dostoevskij, sempre con doppia guida, molto interessante.

Mercoledì 7 maggio

Visita del Museo di Storia Politica. Viste solo le sale relative alla Rivoluzione, ma presenta un excursus globale su tutto il periodo sovietico e merita di essere visto in toto.

Sosta allo Smol’nyj con visita dell’Aula Magna del Collegio (sede delle riunioni del Soviet), dello Studio e del piccolo alloggio di Lenin: guardati a vista da un poliziotto (il palazzo è ora sede del Municipio), affascinati dai corridoi lunghissimi, dalle foto, dall’atmosfera, dalle memorie.

Pranzo all’Oriental Paris.

Nel pomeriggio, visita alla Fortezza di Pietro e Paolo, e direttamente allo spettacolo folcloristico al Nikolaevskij Palace (personaggi in costume all’accoglienza, quartetto d’archi, bicchiere di spumante. Nell’intervallo, minuetto sullo scalone e aperitivo con vodka e tartine varie sulla balconata. Spettacolo bello)

Giovedì 8 maggio

Visita della Casa-Museo di Aleksandr Puškin.

A Carskoe Selo, visita del Liceo (le aule e le stanze degli studenti) e del Palazzo di Alessandro (ancora in restauro, ma l’appartamento di Nicola II è quasi a posto, stile liberty, molti oggetti personali, giocattoli, vestiti, molto ‘umano’).

Non ci sfugge nemmeno un accenno al Palazzo Grande e alla Sala d’Ambra.

Pranzo al 19th Century.

Lungo la via del ritorno, sosta extra al Monumento agli Eroici Difensori di Leningrado: visione del documentario, lacrimoni.

Dopo cena, riunione del gruppo per conversazione di storia russa.

Venerdì 9 maggio – Festa della Vittoria

Petrodvorec. Giorno di apertura delle fontane: su un palco sono disposti vari musicisti e cantanti, sulle scalinate sono schierati i marinai, tutti in attesa, con una grande folla, del primo zampillo.

Visita del Palazzo Grande.

All’uscita, scendiamo verso il parco accompagnati da cori grandiosi e finiamo il giro delle fontane tra gli scoppi dei fuochi artificiali.

Pranzo in loco al ristorante Morskoj.

In città ci dirigiamo subito verso il Cimitero Piskarevskoe.

Folla immensa, dai bimbi in fasce ai fotografatissimi veterani carichi di medaglie.

Anche noi di slancio ne circondiamo uno, alto, distinto, ancora bello: un attimo di imbarazzo a dover dire che siamo….italiani, ma siamo LI’, affettuosi, rispettosi, con i garofani rossi, tutto finisce in grandi sorrisi, foto, ed elegante baciamano alle signore.

Arriviamo fino al Monumento della Madre Patria, affiorano i ricordi personali, lutti famigliari, impressioni infantili… la guida Tat'jana ci dirà di essere rimasta molto colpita dal nostro comportamento a Piskarevskoe e, in genere, in tutta la Giornata della Vittoria.

Nei piccoli musei non si riesce ad entrare tanta è la gente, e allora torniamo in albergo, proprio nel momento in cui sulla Piazza dell’Insurrezione (la nostra) si sta componendo il corteo dei veterani.

Ci fermiamo, naturalmente. Chi ha le finestre della camera sulla via, sale e si affaccia per guardare l’insieme e fotografare.

Ci sono due vecchi camion, su cui sono seduti una trentina di veterani, poi ci sono militari con le divise del 1940-1945, l’associazione "Bambini di Leningrado", le bande della marina e dell’esercito, tante bandiere rosse del PCUS, gente comune….

Ci prepariamo per lo Schiaccianoci al Mariinskij. Lo spettacolo ha avuto dei momenti emozionanti per scenografia e costumi, la coreografia contemporanea è stata un po’ ripetitiva, i protagonisti non erano delle star… ma comunque ‘ci siamo stati’, in una grande folla di russi e di stranieri.

Il nostro autista ci aspetta fuori sotto la pioggia, e ceniamo in albergo verso le 22.

Sabato 10 maggio

Passando sulla nuovissima diga ancora in costruzione, arriviamo all’Isola di Kotlin per la visita della Base Navale di Kronštadt.

La guida non vi ritorna da molti anni (e non ricorda vi siano mai venuti degli stranieri), tanto da dover leggere le scarne descrizioni della Cattedrale dei Marinai, del parco di Pietro e della Base.

Non una parola sull'insurrezione "anarchica" del 1921 (ma ne abbiamo parlato ampiamente nel nostro incontro di gruppo giovedì sera), su domanda esplicita arriva l’ammissione ‘è un momento storico non studiato, di cui ancora non sono note le origini e le fasi di sviluppo’. Non andiamo oltre.

Di navi alla fonda ce n’è qualcuna, ma certo non è la Flotta del Baltico, sembrano messe lì apposta per i visitatori, come le due bancarelle cariche di magliette alla marinara (di cui facciamo man bassa…).

La cittadina è di una modestia sconfortante, una specie di monotona e deserta caserma giallina, nella Chiesa di San Nicola incontriamo qualche essere vivente: un africano con i suoi due figli…. Gli interrogativi rimangono aperti.

Dopo il pranzo al ristorante NEP, sulla Piazza del Palazzo, andiamo a visitare, da soli, l’Ermitage. Sale storiche ed impressionisti, negozi.

All’uscita, ritorno libero in hotel. Qualcuno si ferma da Wolf e Berangè per thè e torta con Puškin.

A cena, la sorpresa: ho ordinato vodka e tartine al salmone e caviale rosso, ma non mi aspettavo la tavola imbandita per tutti insieme, con ricche stoviglie e grandi candelieri!

L’atmosfera è rilassata e calda, siamo praticamente soli, e ci scateniamo in cori festosi.

Domenica 11 maggio

Il ritorno a casa: i controlli di sicurezza, che ci fanno continuamente togliere le scarpe…il duty free…le hostess italiane….il pranzetto buono dell’Alitalia….il pullmino a Malpensa….saluti e progetti….

 

E l'anno prossimo…A Mosca! A Mosca!

 

di Anna Roberti

 

Il Primo maggio scorso il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, dichiarava: "E' assurdo che si debba morire sul lavoro. Non limitiamoci alla denuncia, dobbiamo sentire il dovere istituzionale di reagire, di indignarsi, di gettare l'allarme, di sollecitare risposte. Dobbiamo volere condizioni di lavoro più umane, più civili, più rispettose dei bisogni e della dignità di tutti".

Ma l’anno 2007 finisce con una lista sempre più lunga di infortuni sul lavoro, e con gli operai della Thyssen Krupp di Torino morti bruciati vivi.

Le statistiche ufficiali parlano, per l’Italia, di circa un milione di feriti e più di mille morti all’anno, una media di tre morti al giorno. Da una ricerca pubblicata qualche tempo fa risulta che gli immigrati sono più a rischio di infortuni sul lavoro degli italiani: rappresentano poco più del 3% degli occupati, ma uno straniero su 10 incorre in un incidente di lavoro (proporzione più che doppia rispetto agli infortuni tra i lavoratori italiani). E si tratta di dati sottostimati: per l'incidenza del lavoro nero e l’irregolarità della manodopera tra gli immigrati, molti infortuni, soprattutto nelle piccole imprese e nel settore agricolo, non vengono denunciati. Gli immigrati sono di solito delegati a mansioni più pericolose, e non sono adeguatamente formati nel campo delle norme antinfortunistiche; i settori più a rischio per i lavoratori stranieri sono l'edilizia, l'industria dei metalli, le attività immobiliari, i trasporti, l'agricoltura e l'industria meccanica.

Abbiamo fatto una piccola indagine a Torino tra i lavoratori provenienti dalle ex repubbliche sovietiche.

Gennadij (operaio in piccola ditta dell’industria leggera, a forte rischio infortuni): "Da noi nessuna attrezzatura antinfortunistica, neanche le cose più elementari come le scarpe o i guanti. Quando le ho chieste mi hanno detto che non avevano tempo di occuparsene. E non abbiamo il posto riservato per il carico/scarico davanti alla fabbrica, rischiamo ogni volta di essere travolti dalle automobili. Ho domandato di andare a seguire un corso di formazione, non c’è tempo neanche per questo. Al posto di lavoro dove ero prima avevo insistito sulla sicurezza: quando è scaduto il contratto non me l’hanno rinnovato".

Georgij (operaio edile, lavora su appalto in grandi aziende): "Da noi è tutto regolare, sono molto severi. Ci fanno firmare che abbiamo ricevuto il vestiario e le attrezzature antinfortunistiche e che ci impegniamo ad usarle. Una volta hanno fatto un controllo: io non le adoperavo, così il 40% della multa l’ho dovuta pagare io, e ho imparato la lezione. Non voglio mica lavorare per pagarmi le multe!".

Boris (operaio in media impresa metallurgica): "Da noi è tutto regolare. L'unico problema è il livello troppo alto del rumore; abbiamo le cuffie ma con le cuffie si fa fatica a lavorare, così le togliamo. Quando lavoravo in Ucraina, il 90% degli incidenti erano provocati dal fatto che gli operai stessi non usavano le attrezzature antinfortunistiche. Poi tanti operai non chiedono quello di cui hanno diritto, per negligenza o per paura di ritorsioni".

Igor (operaio edile): "Abbiamo tutto ciò che serve, ma non lo usiamo perché ci impedisce di lavorare comodi, anche se sappiamo che è pericoloso. I titolari non insistono e non ci obbligano, così la colpa è di tutte e due le parti, metà per uno"

Konstantin (operaio edile): "Se usassimo sempre le attrezzature antinfortunistiche, non potremmo lavorare: impacciano, ci rallentano. Qualcuna non è neanche sicura, o logica. Siamo noi che dobbiamo stare attenti, e lo capiamo da soli cosa è pericoloso e cosa no. Tante volte poi succede che uno si fa male perché è ubriaco, o troppo stanco, o si è fatto di qualcosa. Poi ci sono i ragazzini, che non hanno esperienza, pensano che lavorare in cantiere sia un gioco, non fanno attenzione e si fanno male; anche perché a scuola non gli hanno insegnato niente. Ci vorrebbe un migliore addestramento, e più ispettori, ma competenti e preparati: ho visto ispettori dare multe senza capire quali erano le vere esigenze di quel cantiere. E poi dare solo la multa non serve: mentre la danno, dovrebbero spiegare perché quella situazione è pericolosa, fare un addestramento sul campo, così la loro visita ha un senso, serve a qualcosa".

Ne consegue che le leggi ci sono (vedi il vecchio ma sempre attuale DPR 547/55, la sua evoluzione del D.Lgs 626/94 e altre, ancora più specifiche a seconda dei diversi ambiti lavorativi), ma spesso non sono applicate, prima di tutto da chi ha il dovere di salvaguardare la salute a norma dell’articolo 2087 del Codice civile, e cioè il datore di lavoro.

Sono insufficienti i controlli per fare rispettare le norme, e spesso essi vengono eseguiti "burocraticamente", mirando solo alla repressione economica mediante sanzioni, e più raramente all'utilità pratica e antinfortunistica della sanzione imposta all'azienda (e, meno sovente, al lavoratore che non adempie alle istruzioni impartite).

Talora manca l'autocontrollo da parte dei lavoratori e spesso, in netto contrasto con la normativa vigente, essi non possono esercitare un controllo diretto delle proprie condizioni di lavoro e della sicurezza.

E’ necessario creare una maggiore "cultura della sicurezza" che coinvolga tutti, dal datore di lavoro al dipendente, investire maggiori risorse nei servizi degli ispettorati (ispettori del lavoro e ispettori anti-infortunistica delle ASL) e nei corsi di formazione e addestramento, così come previsto espressamente dal già citato D.Lgs 626/94. Corsi che, a dispetto di quanto talvolta accade, specialmente nelle realtà aziendali più piccole, dovrebbero essere effettivamente e seriamente svolti: ritenendoli non una costosa perdita di tempo, bensì un'attività compresa nel ciclo produttivo dell'azienda che, alla fine, consentendo di fatto un risparmio economico e di risorse umane, risulterebbe vantaggioso per tutti.

Infine ci pare particolarmente interessante la proposta avanzata da Tito Boeri su "La Stampa": sanzionare più severamente le aziende che non sono in regola con gli standard di sicurezza o ricorrono a subfornitori che violano questi standard.

Come? Espellendoli da Confindustria, ad esempio, come nel caso di chi paga il pizzo alla mafia.

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Direttore: Silvia Leva

Presidente Onorario: Anna Roberti

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